venerdì 24 gennaio 2014

Il teatro è vita

Mi è capitato sovente che la gente mi chieda "ma come ti è venuto in mente di fare l'attore?".
Eh boh... chi se lo ricorda...

porta pazienza, son passati anche più di 26 anni ormai

Sicuramente ha influito la passione che mi ha trasmesso mia madre (appassionata di cinema e teatro), il fatto che da sempre ho "interpretato" personaggi. Che lo facessi animando i giocattoli, o di persona, con gli amici, ho sempre "finto" di essere altra gente, di crearmi personaggi buffi (e non solo) cercando l'attenzione generale.
Persino a scuola non mancavo di fare qualche stupidaggine e di tenermi quasi sempre al centro dell'attenzione.

ricordo anche di aver fatto parte di uno spettacolo a scuola, in quarta elementare. dovevo essere il protagonista di una lunga storia. la sapevo tutta a memoria, mi sentivo contento e preparato.
presi la febbre e rimasi a casa un paio di giorni. al ritorno il personaggio era stato dato ad un altro bambino. 
vissi la prima di una lunga serie di delusioni professionali! 
mi diedero comunque una bella parte in quella che, anni dopo, riconobbi essere un "monologo". 
fui bravo, mi dissero. lo strillone che pubblicizzava il giornale della scuola.
ma io volevo fare il protagonista della storia lunga!

Sta di fatto che, a metà della seconda media, volevo fare l'attore.
Mi iscrissi anche ad un corso di recitazione nel doposcuola. Facendo anche una serie di scenette che vennero poi filmate e, successivamente, visionate dal pubblico.
Mi divertiva.
Potevo usare parrucche, travestimenti, impersonare il vecchio disegnando la barba sulla faccia o il gangster cattivo.

C'erano delle volte in cui "rubavo" la telecamera di mia madre e, con i miei più cari amici, giravamo delle piccole storie in vhs.

ti stai chiedendo dove siano questi filmati? a casa dei miei genitori, ovviamente.
chissà, magari un giorno li trasferirò in digitale e li condividerò in rete...
... forse...

Storie horror demenziali davvero assurde.
Ti basti sapere che una di queste si chiamava "Batosmar e il padrone mostro"... ma l'Osmar del titolo non ero io! Io mi occupavo di fare gli intro, la regia e le riprese.
Robe assurde, fidati!

Nel settembre del 1987 mi iscrissi al Laboratorio Teatrale di Torino, praticamente un'accademia d'arte drammatica a tutti gli effetti.
La scuola si svolgeva in tre anni. Un primo anno detto "amatoriale", d'avvicinamento (2 volte a settimana con lezioni da 4 ore circa, con recitazione, dizione e fonetica).
E due anni "professionali", tutti i giorni con 6 ore di lezioni al giorno. Più i saggi. Più eventuali spettacoli in scuole, proloco etc.
Le lezioni erano lunghe e dure, e trattavano ogni cosa. Dalla recitazione al mimo, passando per storia del teatro, canto, yoga, scherma, espressione corporea, trucco, judo e danza.

Ad Ottobre del 1987 venni preso per un corto pubblicitario e, nel Dicembre del 1987, Margherita Fumero mi fece debuttare in uno spettacolo teatrale vero. In un teatro vero. Con attori veri!

un piccolo e grassottello bimbetto

Tutto questo perché avevo 13 anni ma ne dimostravo molti meno. Soprattutto avevo naturalezza e sfacciataggine, il giusto mix per non rendersi bene conto di quello che si poteva "rischiare", ma con una certa dose di serietà lavorativa (che mi porto tutt'ora dietro).

nota, non arrivavo a toccare per terra
da seduto 

E quindi, poco più che ragazzetto, mi trovai a calcare le assi del palcoscenico.
Ovviamente senza lasciare la scuola, anzi.

andavo anche a scuola al mattino, disegno meccanico. 
esperienza ridicola durata un solo anno. fa conto che non te lo abbia nemmeno scritto.

Finito il primo anno introduttivo incominciai il secondo, professionale.
E lì continuai a fare spettacoli in giro per i palchi piemontesi (specie spettacoli natalizi e laudi pasquali) e a preparare le giornate del saggio.

si, sono capelli quelli

E continuai a fare teatro per tanti altri anni.

Ma non era di questo che ti volevo parlare, bensì delle sensazioni che si provano sul palcoscenico.
Il teatro ha una magia indescrivibile.
Quando arrivi e vedi la platea, sali in proscenio, vai nei camerini e ti prepari il materiale. Poi ti trucchi, ti vesti, ti metti a posto ciò che ti serve vicino le quinte, ripassi a memoria e scarichi la tensione passeggiando e ripetendo le varie scene.
E in quei momenti ti senti euforico, teso, adrenalinico, eccitato, emozionato, sicuro, determinato.
Senti la platea che piano piano si riempie, il vociare del pubblico, i minuti che passano, le battute e gli scherzi coi colleghi, i vari riti e scaramanzie, le occhiate d'intesa e favoreggiamento. E la voglia di spaccare tutto!

E poi il cigolare delle assi del palcoscenico, l'odore delle quinte e del sipario, la polvere, il calore delle luci soffuse, il bisbigliare per non farsi sentire dal pubblico, l'assistente di scena che ti avvisa degli ultimi minuti rimasti prima dell'inizio dello spettacolo, l'assicurarsi che sia tutto in ordine e pronto.

Infine il buio sul palco, il prendere posizione in scena, le luci che si spengono in platea e, di colpo, il silenzio del pubblico.
Il rumore del sipario che si apre, gli applausi degli spettatori, le luci che riprendono forma e danno vita allo spettacolo.
E da lì in avanti il gioco comincia. E cominciano nuove emozioni.

Una sensazione di potere ti investe quando ti accorgi di avere gli sguardi di tutto il pubblico addosso.
In quel momento sei solo tu il centro di quell'universo.
Tu hai il potere.
Il potere di far sognare e coinvolgere le persone.
Se ci riesci, hai vinto.

Quando ti trovi bene in una compagnia, i colleghi diventano i migliori amici con cui condividere il gioco. Ti scambi la fiducia e la gioia di essere lì assieme. Condividi le stesse sensazioni, le stesse emozioni, la stessa adrenalina.
Se c'è sintonia puoi anche inventare e rendere più appetitosa la performance. Improvvisare a braccetto per poi tornare sui giusti binari, occhiate d'intesa e poi giocare, giocare e giocare ancora.
Se ti diverti si diverte il pubblico. Lo capisce, si sente coinvolto, rimane appagato, si sente parte di te. Tu sei loro, loro sono te.
E' la cosa più bella del mondo.
E' diverso dal suonare, dallo stare sul set, davanti alle telecamere, al microfono o in regia.
E' tutta un'altra cosa.
E' tutta la mia vita.

Dio, quanto mi manca il teatro.









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